Rubina, dal palco dei Mondiali di calcio al centro di accoglienza in Libano

mondialiexpo_Rubina intervistataÈ una sera di fine settembre in Expo, e davanti al Belgio hanno allestito un palco dedicato ai “Mondiali di calcio” organizzati nel campetto dietro ai padiglioni.

Su quel palco, domenica 27 settembre, ci è salita anche Rubina Paparelli, 26 anni originaria di Macerata, che con il calcio non c’entra proprio niente.

Lei, però, è una dei 18 ragazzi che stanno per partire per il servizio civile all’estero con Caritas Ambrosiana, e tra qualche giorno inizierà la sua esperienza in Libano, nella città di Rayfun, dove Caritas Lebanon Migrant Centre gestisce uno shelter, una sorta di centro di accoglienza dove donne immigrate da altri Paesi sono ospitate in attesa dei documenti per poter tornare a casa.

La maggior parte di loro viene dalle Filippine, Sri Lanka, India e Africa.

Loro sono quelle che vengono chiamate domestic workers, lavoratrici domestiche, impiegate presso le famiglie libanesi, ma che nella realtà sono praticamente ridotte in schiavitù: i datori di lavoro di solito sequestrano loro il passaporto e le trattano come vere e proprie prigioniere, sottoponendole tutti i giorni a ricatti, sfruttamento, violenze psicologiche e fisiche.

Nello shelter di Rayfun , dove queste migranti, rifugiate e profughe sono accolte spesso con i propri figli, la cucina deve essere ristrutturata: lo spazio non è più adeguato alle nuove norme igienico-sanitarie e anche l’impiantistica, gli arredi e le attrezzature devono essere cambiati.

Questo progetto è stato scelto e sponsorizzato dagli organizzatori dei Mondiali di calcio in Expo, e per questo Rubina è salita su quel palco: per raccontare la sua esperienza.

Perché Rubina, in realtà, a Rayfun non ci andrà per la prima volta: ha già lavorato lì la scorsa estate, con i Cantieri della solidarietà.

«Quando siamo arrivati, nell’agosto del 2014, siamo stati accolti con un po’ di diffidenza. Naturale, eravamo dodici ragazzi italiani che andavano a vivere con donne culturalmente molto diverse da noi – racconta Rubina. – Alla fine del nostro mese lì, però, era palpabile la loro tristezza nel vederci partire. È stato proprio evidente la differenza tra il clima di distanza quando siamo arrivati e l’affetto che si era creato dopo un mese, e questo è forse il ricordo più bello di quell’esperienza».

Durante quest’anno ha lavorato a Milano a Casa Suraya, centro di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo gestito dalla Caritas Ambrosiana in zona Lampugnano. Un’esperienza forte, soprattutto per la realtà difficile dei moltissimi siriani in fuga che sono passati dalla Casa in questi mesi. E ora è pronta a ripartire, con un altro ricordo nel cuore.

«Ricordo soprattutto una signora afghana incontrata a Rayfun, oltre ad altri problemi era anche malata. Io ho studiato lingue orientali all’Università di Venezia, così ho avuto modo di chiacchierare con lei molto, un po’ in arabo, un po’ in persiano. Lei è stata felice che io mi sia avvicinata a lei anche attraverso la sua lingua, andando verso di lei anche nella sua cultura».

Leggi di più sul progetto “La cucina in rosa” dello shelter di Rayfun

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