Nutrire si può? Ecco le esperienze dal mondo

Il pubblico al convegno
Il pubblico al convegno “Nutrire si può”

Fame Zero è un progetto attivo in Brasile per la lotta alla povertà, ed è uno dei piani per di questo tipo più avanzati e presi ad esempio in tutto il mondo.

Il Brasile occupa ancora il 79° posto nella classifica dello sviluppo umano globale, c’è ancora un’enorme disuguaglianza tra ricchi e poveri, ma più di 22 milioni di persone sono uscite dalla povertà assoluta.

«In otto anni il salario minimo è aumentato di circa il 130%, grazie all’introduzione del reddito minimo, al sostegno dell’agricoltura familiare e alla partecipazione dal basso dei cittadini al processo decisionale di cui anche la chiesa di base e la Caritas sono stati tra i protagonisti», ha detto José Magalhaes De Sousa di Caritas Brasile che ha illustrato i risultati del progetto durante la tavola rotonda Nutrire il pianeta si può. Oltre i paradossi del cibo organizzata da Caritas in Expo.

Riccardo Moro, economista, sta lavorando in Perù per un fondo di conversione del debito in progetti di sviluppo, dopo aver condotto un lavoro simile in Zambia e Guinea Conakry, a seguito della campagna promossa in occasione del Giubileo del 2000.

Lui, tra i promotori della campagna Sulla fame non si specula, ha spiegato i rischi degli eccessi della finanza applicati ai prodotti agricoli.

«La dinamica del prezzo finanziario va in alto o in basso e non segue più l’andamento del mercato reale.
Il prezzo dei futures è fatto dalle borse.
Quando questo succede con il cibo i risultati possono essere disastrosi come hanno dimostrato le crisi recenti, che fare?
Possiamo essere cittadini responsabili anche nel mercato finanziario e scegliere con chi operare. Agli enti locali, ad esempio, chiediamo di non investire più in derivati. Ricordiamo che si vota anche con il portafoglio, quando decidiamo come e dove usare i nostri soldi».

Susanna Tkalec, di Caritas Internationalis, si occupa di aiuti umanitari in situazioni di emergenza.
Come si lavora in queste condizioni?

«I kit di prima necessità che ricevono ora i profughi in Europa contengono sempre gli stessi prodotti: tonno e sardine; dopo un po’ la gente non ne può più.
In Serbia, ad esempio, 25 per cento degli aiuti che viene dato ai profughi in transito viene buttato via.
Nei programmi di assistenza nelle crisi sarebbe meglio prevedere di distribuire voucher o contanti. In questo modo oltre a rivitalizzare l’economia si rispetta la dignità delle persone».

Raccontando aneddoti molto pratici, Susanna ha permesso di fare un rapido “giro del mondo della fame”. Anche con curiosità che fanno capire come nulla, nemmeno nella preparazione dei pacchi alimentari, sia scontato.

«Non dobbiamo tenere conto solo delle differenze religiose: a tutti viene in mente che non si può dare maiale ai musulmani. Dobbiamo considerare soprattutto quelle culturali ci sono alcune popolazioni che non mangiano pane, che per noi è l’alimento base: per altri può essere il riso, o il mais. Se lì portiamo pane, rischiamo che venga buttato».

O ancora. «È fondamentale tenere presenti le esigenze delle donne e delle ragazze. Sono loro che provvedono a sfamare la famiglia. Ci sono zone dove per le donne è pericoloso uscire di casa: se lì noi forniamo alimenti secchi che necessitano di essere rinvenuti in acqua, in un certo modo noi costringiamo le donne a uscire ad approvvigionarsi di acqua esponendole al rischio di violenze».

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