Disegnare col cibo: l’esperimento di un asilo nido al Refettorio Ambrosiano

wpid-25.jpg«Che cos’è?», domanda scettica, avvicinando istintivamente al naso il bicchiere che contiene una vellutata crema rossa. «Mhmm… profuma di pomodoro!», esclama.
Ci vuole, però, qualche minuto per risolvere l’enigma.

Il tempo necessario perché i suoi compagni, 50 bambini dell’asilo nido e della scuola materna parrocchiale Sant’Anna del quartiere Greco, prendano posto sulle sedie multicolori e i tavoli scolpiti nel legno da celebri designer del Refettorio Ambrosiano.

Ed ecco che l’uomo in giubba bianca con due file di bottoni sul petto fornisce la spiegazione.

«Ora vi serviremo un piatto di riso che sarà come un foglio bianco sul quale potrete disegnare quello che vorrete utilizzando come colori le salse, bianca, rossa e verde, che avete davanti a voi. Vogliamo che la ricetta che abbiamo preparato, la completiate voi», esorta Giovanni Ciresa, chef stellato, che dopo una lunga carriera in ristoranti prestigiosi, da La Terrazza dell’Eden a Roma al De Pisis di Venezia, oggi è il coordinatore didattico della scuola internazionale di cucina “Alma”, diretta da Gualtiero Marchesi.

Dopo qualche momento di esitazione, i piatti cominciano a colorarsi.

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Luca disegna un volto, raccoglie con il cucchiaio da dessert un po’ di crema rossa e dipinge occhi, naso e bocca. E poi spalma in cima al tondo bianco del riso la passata verde: «Sono i capelli!», esclama.

Alessandro ha meno pazienza e va diritto al sodo: mescola tutti e tre i condimenti: la crema rossa a base di pomodoro, quella verde fatta con le zucchine ed erbe aromatiche e quella bianca ottenuta con il formaggio certosino. Stende l’impasto e inizia a mangiare.

«I bambini hanno una grandissima curiosità. Abbiamo voluto sfruttare questa dote per spingerli a scoprire tutte le sfumature dei sapori. Poi abbiamo anche pensato di non presentare un piatto fatto e finito per renderli partecipi ed esortarli a metterci del loro», spiega Ciresa.

«Vede, un consiglio che mi sento di dare alle mamme che hanno figli che non mangiano o non mangiano tutto è di portarseli in cucina – confida. – Io credo di essere diventato uno chef proprio perché mia madre mi ha mostrato come si prepara una pasta o si cuoce un uovo sin da piccolo. Ovvio, non tutti devono diventare cuochi, ma capire come si trasformano i cibi, insegna prima di tutto a mangiare: è una forma di educazione del gusto». E magari non solo quello per gli alimenti.

Dopo il primo, il secondo.
Altro esperimento che accende l’immaginazione.
Due polpette di manzo diventano due occhi, le patatine fritte tagliate fini compongono naso e capelli, con la salsa ketchup si disegnano sopracciglia e bocca.

Altra sorpresa per dessert: tanti piccoli Babbo Natale fatti con pasta di pane, popcorn caramellati, una pallina di gelato al cocco. Uno spettacolo per il palato e per gli occhi che infiamma la fantasia.

«Come è andata?».

«Beh, a giudicare dai piatti che sono tonati in cucina pulitissimi, direi ottimamente. Non capita spesso che i bambini finiscano tutto. Poi molti hanno chiesto il bis: credo proprio che abbiano gradito – dice Giusy Puleo, un’insegnante della scuola. – Mi è parsa una giornata stimolante anche per noi adulti: non so se riuscirò a ripetere l’esperimento a casa – abbiamo tutti così poco tempo – ma l’idea di coinvolgere i bambini in cucina mi sembra ottima e con mio figlio lo faccio già».

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