Suraya, la casa di Caritas per i profughi di passaggio a Milano

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Il cardinale Scola in visita oggi a casa Suraya

Nour e suo marito hanno passato sette giorni in mare prima di arrivare nel Sud dell’Italia, su una spiaggia di cui non ricordano il nome. Sono egiziani, della regione rurale di Sharqiyya. Hanno preso un barcone ad Alessandria. Hanno viaggiato con i loro due figli, la più grande ha cinque anni. Nour è incinta di tre mesi.
“Il mare è pericoloso, ma in Egitto la situazione economica e della sicurezza sta peggiorando, e noi vogliamo un futuro per i nostri figli”. Non in Italia, dove sono arrivati tre giorni fa, ma in Svezia, dove hanno alcuni familiari e sperano presto viaggiare. Per ora sono ospiti di Casa Suraya, una struttura nella periferia milanese di Lampugnano messa a disposizione dalle suore della Riparazione e gestita dalla cooperativa “Farsi Prossimo”.

Sono cento i profughi ospiti della grande casa che prende il nome dalla prima bambina siriana nata qui a maggio, ma dal 2013 in questo e altri centri della cooperativa sono passati circa 12.500 immigrati.

Qui a casa Suraya, dove oggi è stato in visita l’arcivescovo di Milano, Sua Eminenza il cardinale Angelo Scola, i profughi ospitati sono prevalentemente in arrivo dalla Siria, come Lamyia, 48 anni e due figli, di origine palestinese. È fuggita per via dei combattimenti e della guerra che da anni insanguinano la Siria.Il suo viaggio è stato lungo: ha attraversato il vicino confine con il Libano e poi autobus dopo autobus è arrivata a Tripoli, in Libia, dove ha passato soltanto alcune ore prima di imbarcarsi e raggiungere le coste dell’Italia. “Sapevo di voler venire a Milano”, dice Lamiya. La città della moda è da sempre un sogno per la donna con una formazione da stilista, come raccontano il suo bell’abito bianco a fiori rossi, i suoi orecchini e la sua fascia per i capelli in tinta.

Fugge da un altro conflitto anche Chancelvie, una giovane congolese madre di due figli, il secondo nato in Italia, che è arrivata undici mesi fa dopo aver trascorso più di due anni in Libia, da dove poi si è imbarcata, fuggendo così le violenze del suo paese e anche di una seconda nazione.

Qui, racconta la dottoressa Anna Maria Lodi, alla guida della cooperazione “Farsi Prossimo” – il cui operato è sostenuto da Caritas Ambrosiana – sono passati anche i genitori e i cinque fratelli della bambina siriana morta durante la traversata in mare dopo che gli scafisti avevano buttato l’insulina per curare il suo diabete tra le onde. Ora sono in Germania, hanno lasciato l’Italia come accade per la maggior parte dei profughi che arrivano a Casa Suraya.

Si tratta di persone che fuggono da conflitti e devastazioni, non immigrati per ragioni economiche, ma profughi secondo tutti i trattati internazionali, ha spiegato il vice direttore della Caritas Ambrosiana, Luciano Gualzetti, ricordando come Caritas Internationalis da anni chieda a organismi nazionali e governi che la questione dell’immigrazione sia trattata in maniera diversa e propone l’istituzione di corridoi umanitari: si andrebbe così ad annientare l’opera dei trafficanti e a risparmiare vite umane  e soldi per salvare immigrati in mezzo al mare e organizzare qui in Italia una difficile accoglienza. Casa Suraya, uno sforzo della città di Milano in cui Caritas collabora con le istituzioni locali, è “un luogo di civiltà – ha detto il cardinale Scola – La civiltà si misura nella maniera in cui fa crescere l’uomo e la crescita umana è impossibile al di fuori della relazione. Il punto di partenza della relazione è il bisogno. La signora Chancelvie ha detto una cosa grandissima che ripaga la generosità nostra e richiama noi europei un po’ distratti all’urgenza di ricostruire un poco la nostra civiltà, un po’ decadente. Ha detto: ‘Vorrei che i miei figli diventassero persone libere. Per questo mi piacerebbe che potessero studiare’. Questo oggi è il nostro bisogno”.

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