#ConDividiamo: “L’accoglienza che mi ha insegnato mio figlio down”

Il 12 aprile scorso molte famiglie a Milano hanno avuto la loro festa “#ConDividiamo Expo 2015”, si sono confrontate e hanno condiviso storie ed esperienze. Le hanno raccontate anche a noi, per l’ExpoBlog, e nei prossimi giorni daremo voce a tutti loro.
Partendo, oggi, da Franco e dalla sua famiglia, che – con l’arrivo di un figlio disabile – hanno imparato un altro modo di intendere l’accoglienza.

Ho un figlio down che ha 18 anni.
Quando è nato mia moglie era disperata e addolorato mentre io, cattolico per la vita, mi sono detto che bisognava darsi da fare.

All’inizio quindi io l’ho affrontata in modo “volontaristico”, mentre mia moglie la viveva in modo più drammatico.

Abbiamo poi incontrato altri amici che vivevano la nostra stessa esperienza e da loro abbiamo imparato a chiederci quale opportunità fosse per noi quel fatto che ci era capitato, perché il rischio era quello di viverlo in modo sentimentale, o come un problema da risolvere che ci faceva diventare artefici della vicenda.

Quando, dopo qualche anno che frequentava la scuola, nostro figlio non voleva saperne di imparare a leggere e a scrivere, aiutati dagli amici abbiamo capito che doveva avvenire in noi un cambiamento.

Abbiamo cominciato a chiederci che esperienza vera facevamo nella nostra famiglia e noi personalmente, e come coinvolgevamo il figlio in questo tipo di esperienza. Solo dentro un’esperienza significativa e interessante per noi nostro figlio cominciava ad aver voglia di leggere, scrivere e dire delle cose.

Da una posizione di dedizione si è passati ad una posizione di conversione personale.

Io insegno da tanti anni alla scuola media e ho sempre pensato di essere uno che quando va in classe sa bene cosa deve fare.

Ho invece iniziato a valorizzare ragazzi che prima non ascoltavo neppure, oppure a guardare con attenzione dei fatti che accadevano durante le lezioni di cui prima non mi accorgevo, succedeva che la realtà non era più una cosa da gestire o da mettere a posto, ma diventasse un dono, una possibilità che suggeriva continuamente delle soluzioni.

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